header dustyIl mese di aprile si apre col botto al This Is Not Party: sabato 9 il super-ospite sarà Dusty Kid, il “bambino polveroso” capace di far ballare anche i sassi.

La notte di Pasqua era stata fantastica insieme alla bella e brava Nakadia,che dalla Thailandia ha portato all'Andy Live Music di Castiglione Olona (via Tevere 18) un vento di fascino e note con un mix di selezioni che sono state gradite da tutto il pubblico.

Questo sabato Dusty Kid non sarà da solo: la festa partirà alle 23.30 e oltre a lui in consolle vedremo anche due Dj della scuderia del This Is Not, ovvero Sibe e Riccardo Zaffaroni. Per chi non lo conoscesse, dietro al nome internazionale di Dusty Kid si nasconde un ragazzo “made in Italy”, ovvero quello di Paolo Alberto Lodde.

Enfant prodige, ha mosso i primi passi nella musica classica grazie al Conservatorio e solo in seguito si è orientato verso quella elettronica. Raggiunta la maggiore età è stato notato dal celebre duo Marascia-Kortezman, che ha prodotto il suo primo singolo. Poi viene anche notato da Stefano Noferini, così Dusty inizia a collaborare con lui per circa un anno.

Tra i suoi remix più noti c'è quello di The Summer of Love, famosa hit, che raggiunge la vetta delle chart italiane. Il sodalizio con Andrea Cruccu (aka Ferlin) dà vita a un progetto chiamato Duoteque, una formazione con cui arriva ovunque, dal Giappone all'Australia, nonché Sudamerica ed Europa. Dusty Kid va forte anche sul web: basti dare un occhio alla sua pagina Facebook, che supera i 140.000 utenti.

  • Ciao Paolo Alberto Lodde, in arte “Dusty Kid”, siamo felici di esporti le nostre domande che da tempo ci brulicano in testa. "This is not" tradotto letteralmente significa "questo non è" ed esprime quello che è il concept base che anima in nostro progetto. Non ci piace parlare di noi stessi in terza persona, preferiamo che sia il pubblico a decidere cosa sia il This is Not per loro, noi ci limitiamo a dire quello che non siamo. Tu cosa non sei?

Un troglodita!

  • Negli ultimi tuoi album abbiamo notato che le tracce si susseguono mantenendo un integrità da una traccia all’altra… perché questa scelta? Ha che fare con i tuoi live?

Ho sempre fatto gli album in questo modo. Credo dia un maggiore senso di coesione e continuità all’ascolto, ma non è direttamente collegato con il live. Raramente quando suono utilizzo la successione dei brani così com’è nel disco. Per me un album deve essere un viaggio, come un film o una storia, deve avere un senso, un inizio e una fine, altrimenti sarebbe solo una mera raccolta di brani uno di seguito all’altro come una compilation

  • Hai sempre utilizzato strumenti organici percussivi, fiati, corde ma ultimamente, nel tuo recente album “Not so green fields” si evidenzia molto la presenza di questi suoni. Che importanza hanno per te? E come mai la scelta di questi strumenti?

In un disco completamente elettronico la presenza di strumenti reali per me gioca un ruolo importante, dà un po’ di vita a tutto l’impianto. E’ stato poi anche necessario in alcuni casi, le launeddas non si possono sintetizzare e non sono uno strumento abbastanza popolare perché qualcuno abbia creato delle librerie di campionamenti apposite. E sarebbe comunque stato ridicolo usare delle librerie per uno strumento tradizionale in un disco che parla proprio della loro terra d’origine! Inoltre collaborare con altri musicisti e strumentisti è stato molto bello, mi ha arricchito tantissimo anche dal punto di vista umano, e sin dall’inizio del disco una delle prerogative era che il disco doveva essere sulla Sardegna e suonato solo da musicisti sardi.

  • Potresti svelarci i il significato dei titoli del tuo ultimo album? Alcuni nomi sono originari della tua terra?

“The Wedding” è la registrazione del matrimonio di due miei carissimi amici, al quale ho avuto l’idea di fare questo disco. “We Are The Troglodytes” ironizza su come la gente (specialmente gli italiani del nord) vede i sardi. Non di rado mi è capitato di assistere a frasi come “ma in Sardegna avete le scuole?” . “Innu” (inno, in sardo) volevo che fosse qualcosa di rappresentativo dell’isola e di tutte le influenze che ha acquisito in passato dai suoi colonizzatori del mediterraneo. “Fura Prana” (rapimento, in sardo) è una parentesi sull’Anonima Sequestri e Fabrizio De Andrè, che nonostante la brutta esperienza ha voluto comunque continuare a passare il resto della sua vita in Sardegna. “Masua” è una ex miniera divenuta poi spiaggia nella costa ovest dell’isola dalla quale si vedono tramonti spettacolari su una bellissima roccia chiamata Pan di Zucchero. “Durke” ( in Logudorese “dolce”) è invece un funerale, purtroppo  -come il matrimonio - accaduto realmente durante il making of del disco, ed è quello che ne racchiude più di tutti i il senso.  “The Arsonist” è la calamità degli incendi nell’isola; “Doa” (in sardo “linea tagliafuoco”) è il paesaggio desolato dopo la devastazione dell’incendio, e crea un margine tra la precedente “The Arsonist” e la calma della successiva “Gairo Vecchio 38°C”, una cartolina su un paesino fantasma dell’Ogliastra. “Arvéschida” (alba), è il lancio col deltaplano del viaggiatore protagonista del disco sulle coste di VIllasimius all’alba del suo ultimo giorno di vacanza nell’isola, e “Not So Green Fields” è l’epilogo del disco dove saluto il viaggiatore e gioisco della mia terra natia.

  • Ci piacerebbe sapere Dusty Kid quando entra in studio e incomincia da zero una traccia. Da dove cominica? Quali sono le parti fondamentali di una traccia per te?

Di solito parto da delle melodie che mi vengono in testa, le canticchio o le suono prima al piano e se mi sembrano valide allora inizio a lavorarci su un sequencer. A volte il pezzo ce l’ho già ben chiaro in testa e so come lo vorrei e paradossalmente in questi casi ci impiego molto più tempo a realizzarlo. Invece posso dire con certezza che finora passare un pomeriggio in studio “cercando” qualcosa nel 99% dei casi mi ha sempre portato a perderlo, quel pomeriggio.

  • Qual è la tua strumentazione odierna nello studio?  Quali sono gli strumenti che lo compongono?

Ho un computer, un piano, un mixer, dei preamplificatori, qualche microfono e un po’ di sintetizzatori, molti dei quali vintage, che uso sempre sempre meno.
Quando ho un idea in testa tendo sempre a realizzarla il più velocemente possibile, almeno nelle sue parti fondamentali e spesso mi trovo a dover combattere con macchine degli anni ’70 che fanno le bizze o non mantengono l’intonazione stabile finché non si riscaldano, dunque spesso mi capita di ripiegare su sintetizzatori software.

  • In un video fatto da Ableton Live che introduceva un po’ il tuo modo di fare musica accostato alla tua filosofia.. abbiamo notato un banco con pianoforte e strumentazione ipad, che strana navicella spaziale è? Puoi toglierci questa curiosità?

Ahaha. E’ un banco che ho fatto costruire da un amico sulla base di quelle che erano all’epoca le mie esigenze. Ableton Live è stato utilizzato solo per il mio terzo album, che era musicalmente più povero ma più sperimentale rispetto alle mie solite cose. Con l’ultimo album son tornato a sequencers più “musicali” e tradizionali e meno sperimentali, il banco è stato modificato leggermente, non ha più gli ipad ma un controller vero e proprio, lavorare col touch screen non è poi così comodo come pensavo.

  • Una particolarità del tuo suono è l’accostamento tra techno, quella dura, la vera techno e melodie articolate che spezzano questa integrità.. come mai questa scelta? Fa parte delle tue radici?

Parlerei più in generale di musica elettronica, perché di vera techno ne ho fatto ben poca, anche se è sicuramente tra i generi che mi hanno influenzato di più. Ma non essendo un dj mi manca proprio quell’essenza tipica della techno, il modo di concepire la musica è molto diverso, l’approccio con gli strumenti è diverso e tutto sommato anche la finalità. Poi io non sono un purista. La techno è nella maggior parte dei casi proiettata a un dance floor, a un qualcosa di fisico più che di pure note. Questa fisicità mi è sempre piaciuta ed è per questo che ho sempre cercato di unirla a qualcosa di più musicale, qualcosa che si possa ascoltare anche in altri contesti e che possa essere “digerita” anche da orecchie meno prone al ballo.

  • Molti si chiedono come fai ad avere un suono così pulito, preciso, ogni cosa a suo posto.. potresti dare qualche consiglio su come impostare un qualità simile alla tua per le persone che vorrebbero provare ad arrivare al tuo livello?

Per la verità è la stessa cosa che mi chiedo io quando sento i dischi degli altri! Non credo che il mio suono sia poi così’ pulito, per raggiungere certi risultati ci vogliono anni di studi ed esperienze, una cosa che a me manca!

  • Qual è la giornata tipo di Dusty Kid?

Non ho una giornata tipo, specie se non sto lavorando a qualcosa. Sono un gran procrastinatore. Ma se sto lavorando ad un album e son vicino alla consegna di solito divento un topo da studio, a volte mi dimentico anche di mangiare

  • Sappiamo che da ragazzo hai affrontato il conservatorio. È fondamentale che un produttore abbia determinati studi alle spalle? Pensi che senza quegli studi tu avresti creato lo stesso dei patrimoni dell’umanità come “america”, “Chentu mizas” e “innu” e altri ancora..?

“Patrimoni dell’umanità” lo prendo come una presa in giro, non posso interpretarlo diversamente! Non credo sia fondamentale fare studi musicali, anzi, a volte il non saper nulla sul mondo delle note può’ tenerti aperte tante porte che la teoria musicale tiene per certi versi chiuse. La techno per esempio non ne ha bisogno, è atonale quasi per antonomasia. Nel mio caso ci sono momenti in cui gli studi che ho fatto giocano a mio favore, altri invece in cui remano contro, specie quando quello che ho in testa non è appunto tanto musicale ma più fisico o sensoriale.

  • Alcune tue tracce sono davvero dei libri. Sono piu lunghe di 10 minuti e sono un continuo evolversi, tra mutamenti  artistici e arrangiamenti davvero complicati. Che importanza dai all’arrangiamento? Utilizzi una struttura di base che muta sempre o lasci spazio alla tua creatività?

Dipende sempre da quello che vuoi ottenere. Fare un disco tutto uguale dall’inizio alla fine è più facile certo, ma è anche probabile che ti annoierà. Fare un disco tutto uguale dall’inizio alla fine che ha un senso e che ti tiene concentrato è molto, molto difficile, io non ne sono mai stato capace. Dunque forse anche per questo tendo sempre ad allontanarmi dal motivo iniziale, fantasticare e far evolvere il pezzo in qualcos’altro. Mi piace quando i dischi sono così’ perché tutto quello che arriva dopo le prime battute è completamente inaspettato ed è facile che riesca a raccontare qualcosa.

  • “A raver’s diary”. Mi sono sempre chiesto mentre leggevo questo titolo del tuo primo album se Dusty Kid avesse un passato da Raver, le influenze ci sono, ma faccio fatica ad immaginarmi che agli albori Dusty potesse ballare fino all’alba in un bosco.. è stato davvero cosi? Perché questo titolo?

Si, è stato così. I rave in Sardegna non erano certo all’ordine del giorno anni fa, ma in generale ero affascinato dal mondo della musica underground che veniva proposta sia ad eventi legali che illegali. Il titolo, come anche la musica che ho cercato di fare voleva essere una rappresentazione un po’ romantica di quelle che erano state fino ad allora le mie esperienze sul campo, cercando di descrivere sia i momenti di euforia durante i parties sia i momenti in cui si rientrava a casa in pieno giorno viaggiando in macchina per le campagne

  • Come mai hai accostato l’america alla tua figura? Cosa ti lega a quella terra?

Quando ero piccolo giravamo la Sardegna e le sue coste in lungo e in largo e in macchina si ascoltava spesso folk e country americano degli anni ’60 e ’70,  dunque i paesaggi che vedevo son rimasti legati a quel sound, tutt’oggi è così. Forse è per questo. Ma a parte l’area che c’è tra l’Arizona e il Colorado che mi ha sempre affascinato in realtà con l’America non ho assolutamente alcun legame :)
 Qualcuno sostiene che in una vita precedente son stato probabilmente figlio di qualche hippie o di qualche tribù americana e che abbia vissuto proprio lì, se così’ fosse non mi meraviglierebbe, e non so perché ma quando son stato lì mi è sembrato un posto davvero già vissuto.. Magari hanno ragione!

  • Una domanda davvero stretta e diretta che da sempre mi ronza in testa. Come mai Dusty Kid è piu conosciuto all’estero che in Italia. E’ un paradosso. Un italiano apprezzato più fuori nazione che all’interno. E quando dico apprezzato dico APPREZZATO. Infatti all’estero hai un sacco di date, partecipi a festival frequentati da migliaia di persone. Attribuisci ciò al tuo suono, che non viene del tutto compreso qui da noi, oppure pensi che sia piu una scelta dei promoter per varie e diverse scelte?

Non me lo sono mai spiegato.. Ma nemo propheta in patria est:)

  • Grazie per il tuo tempo Paolo, siamo davvero felici di averti fato questa intervista. Ci vedremo al “this is not” presto quindi?

Speriamo di si!

Vesna Zujovic

BACK